Vincenzo Luciani: Per correre le ultramaratone deve funzionare bene il cervello

Vincenzo Luciani: Per correre le ultramaratone deve funzionare bene il cervello

Forse Vincenzo è uno dei primi ultramaratoneti che ho conosciuto tantissimissimi anni fa, quando ancora era temuta la maratona e le ultramaratone sembravano qualcosa di inavvicinabile.

Matteo Simone

21 Settembre 2020

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La sua società sportiva “Atletica del Parco”, di cui Vincenzo era presidente, forse era la prima squadra che io conoscevo di ultramratoneti, atleti che mi parlavano del Passatore, del caldo, delle flebo, dei piatti, dei cibi, della 50km di Romagna, insomma altri tempi, poi la squadra Villa de Sanctis, vicina di zona, si è potenziata con gli alteti che in massa si dedicavano alle ultramratone.

Vincenzo ha portato con lui tanti atleti a sperimentarsi nelle lunghe distanze e ora si racconta rispondendo ad alcune mie domande di alcuni anni fa.

Così si presenta rispondendo a un mio questionario:

“Una premessa è doverosa. Sono stato ultramaratoneta fino al 2007, anno in cui ho corso il Giro del Lago Trasimeno, la 50 km di Romagna e la Pistoia-Abetone. Da allora mi sono limitato a fare delle maratone di 42 km. Perciò le mie risposte saranno rivolte al passato.”

Ti puoi definire ultramaratoneta?

“Penso proprio di sì. Il totale delle ultramaratone da me corse è di 56 gare per km complessivi 3.841 km. E questo è il dettaglio: 16 edizioni della 100 km del Passatore Firenze-Faenza (dal 1990 al 2005 – record 12h33’), 2 edizioni della 100 km del Gladiatore, Santa Maria Capua Vetere (93, 94), 100 km Torino-Saint Vincent (97), 4 edizioni della 60 km Giro del Lago Trasimeno (02, 03, 06, 07), 17 edizioni della 50km Pistoia-Abetone (dal 90 al 2003 e 05, 06, 07), 14 edizioni della 50 km di Romagna (92,93, 95, 96, 97, 98, 00, 01, 02, 03, 04, 05, 06, 07), 2 edizioni della 50 km Bologna-Zocca (00, 01).

Cosa significa per te essere ultramaratoneta?

“Un motivo di orgoglio e di autostima; l’acquisizione di una mentalità da ultramaratoneta nel senso di capacità di autoregolazione delle proprie energie fisiche e di autocontrollo psichico sperimentato sulla lunga durata della prestazione sportiva; una capacità di saper “soffrire”, tener duro e saper resistere ad uno sforzo prolungato.”

Una bella definizione, una bella testa, partecipare a tante gare impegnative per tante edizioni portando con se tanti atleti, significa veramente credere in se stesso e mettersi alla prova.

Qual è stato il tuo percorso per diventare un ultramaratoneta?

“Ho iniziato a correre nel 1987 (all’età di quarantuno anni) sulla distanza dei 10 km, poi nel 1988 sulla mezza maratona e sulla distanza dei 42 km; nel 1990 ho corso la mia prima 100 km del Passatore e la mia prima Pistoia-Abetone.”

Cosa ti motiva ad essere ultramaratoneta?

“Soprattutto la voglia di sfidare me stesso, di mettermi alla prova e di tentare l’avventura, di compiere un’azione straordinaria. E poi ho considerato la corsa come un esercizio allenante anche per la vita di tutti i giorni, perché si impara a resistere, a saper disciplinare se stessi, a mantenere la barra dritta anche nelle avversità della vita. Naturalmente la corsa presenta anche molti aspetti gioiosi: un senso di libertà, la possibilità di incontrare amici validi e di conoscere bene la multiforme fauna umana dei podisti.”

Conosco Vincenzo, oltre a essere runner è giornalista, poeta, amico di tanti runner, è vero lo sport ti permette di fare conoscenza, di perlustrare territori, parchi, quartieri, città, mondi.

Hai mai pensato di smettere di essere ultramaratoneta?

“Fosse stato per me, non avrei smesso mai. Però ho smesso di correre le ultramaratone nel 2007, perché ormai la componente di sofferenza era diventata superiore alla gioia e alla soddisfazione della corsa. Per me è stato sempre importante, essendo un amatore, nel vero senso della parola, divertirmi e quando la corsa non è stata soprattutto divertimento ho deciso a malincuore di smettere. Conservo però la mentalità dell’ultramaratoneta e sono capace in qualsiasi momento, anche a corto di allenamento di percorrere lunghe distanze perché sono corazzato mentalmente a sopportare la grande fatica, nella corsa e nella vita (in media lavoro dalle 12 alle 16 ore al giorno).” 

Lo sport di endurance ti rende forte fisicamente e mentalmente, ti fa superare momenti e fasi difficili nello sport e nella vita, in famiglia, al lavoro.

Hai mai rischiato per infortuni o altri problemi di smettere di essere ultramaratoneta?

“Fortunatamente non ho mai subito infortuni seri. Non ho mai corso, salvo in rare eccezioni, in presenza di malanni o di infortuni. Ho insomma corso sempre da sano, fisicamente e mentalmente. Il corpo manda dei segnali che l’ultramaratoneta deve saper ascoltare. Sempre. Altrimenti si rischiano gravi infortuni e correre solo per soffrire è insensato.”

 Lo sport come dà così toglie, bisogna fare attenzione al proprio corpo, bisogna osare ma acnhe aver cura di sé, ci sono momenti ed età dove si può fare e momenti ed età dove si deve fare più attenzione e mettere da parte ambizioni troppo esasperate.

Cosa ti spinge a continuare ad essere ultramaratoneta?

“L’ultramaratona è un esercizio fisico e mentale che aiuta a vivere bene, non eccedendo mai rispetto alle proprie possibilità.”

Hai sperimentato l’esperienza del limite nelle tue gare?

“Da amatore quale sono sempre stato ho cercato sempre di correre un 20% in meno delle mie possibilità. Ho avuto solo un periodo di un anno circa in cui ero ossessionato dal raggiungimento di obiettivo (arrivare sotto le 3 ore nella maratona). In quel periodo mi sono massacrato di allenamenti, snaturandomi in competitivo, ma poi, una volta fallito l’obiettivo (ho corso la maratona in 3 ore e 19 perché ho ecceduto nei primi 10 km), sono ritornato amatore e dei tempi mi sono interessato in maniera non esasperata e con l’avanzare degli anni sono diventato ancora più amatore e attualmente alterno la corsa e la passeggiata veloce (e così facendo corro, si fa per dire, ancora la maratona di 42 km in 6 ore circa).”

E’ sempre piacevole incontrare e salutare Vincenzo al Parco di Tor Tre Teste, sempre con il sorriso e con tanti altri amici runner.

Quali i meccanismi psicologici ritieni ti aiutano a partecipare a gare estreme?

“Per correre le ultramaratone deve funzionare bene il cervello e bisogna avere sempre la consapevolezza del gesto fisico che si sta compiendo e calibrare lo sforzo sul livello di preparazione che si ha, senza mai eccedere. Ogni eccesso si paga a caro prezzo sulla lunga distanza. Bisogna anche avere anche una buona capacità di dissociazione. Intendo dire che la mente deve essere in grado di spaziare, di distrarsi dal gesto fisico che si sta compiendo. Ad esempio io ho adottato un sistema per cui mi incoraggio: dicendomi “Forza Vincenzo!”. E quindi con questo gesto trasferisco la mia stanchezza e la mia difficoltà a un soggetto esterno a me anche se immaginario. Un’altra tecnica è quella di conversare con altri podisti, di preoccuparsi delle loro difficoltà. Così facendo come per incanto non si pensa ai propri guai e ci si distrae. Non bisogna mai concentrarsi su quanti km mancano. E’ preferibile correre ad obiettivi minimi. Ad esempio in una 100 km io ho sempre corso da un ristoro all’altro, ponendomi l’obiettivo di raggiungere i prossimo ristoro, posto appunto a 5 km e quindi un obiettivo alla portata e così di 5 km in 5 km si arriva alla fine, come nella vita di settimana in settimana si lavora per un anno.”

Bravo Vincenzo, un ottimo mental coach per se stesso e per glia altri, le sue esperienze, l’apprendere dagli errori, gli permette di avere un approccio sano alle competizioni estreme che possono portre ad esagerare con i ritmi di corsa, o trascuirare adpetti quali una sana e adeguata alimentazione, o possono fare considerare le crisi dei grossi macigni non spostabili minimamente.

Quale è stata la tua gara più estrema o più difficile?

“La mia gara più estrema è stata la Maratona del Ventasso, di 42 km, ma mi ha impegnato molto duramente con salite e discese proibitive. E poi l’ultima Pistoia Abetone, quella del 2007, dove ho capito che dovevo farla finita con le ultramaratone e ho detto ai miei di incatenarmi nel caso avessi voluto rifarla.”

A volte è importante chiedere aiuto perché lo sport può diventare un addiction, ma arriva il momento della consapevolezza e si può decidere di mollare almeno un pochetto.

Quale è una gara estrema che ritieni non poterci mai riuscire a portarla a termine?

“Ora come ora praticamente tutte. In passato quando stavo meglio ho rinunciato alla 9 Colli, alla Sparta-Atene, perché ho ritenuto, sulla base di informazioni avute da amici che l’avevano corsa che non era nelle mie possibilità. Nella vita e nella corsa bisogna sempre porsi questa domanda: posso permettermelo? E se la risposta è negativa, bisogna farsene una ragione.”

Vero, osare si, ma non strafare e comunque non a tutti i costi, bisogna essere sereni e decidere di fare quello che si ritiene importante e fattibile per ognuno di noi.

C’è una gara estremi che non faresti mai?

“La Maratona del Sahara. Me l’hanno descritta ed oltre alle difficoltà fisiche c’è anche la mia incapacità di sapermi orientare.”

Cosa ti spinge a spostare sempre più in avanti i limiti fisici?

“Il desiderio di sfidare il proprio corpo, ma mantenendo sempre la consapevolezza del proprio gesto.”

Cosa pensano i tuoi famigliari ed amici della tua partecipazione a gare estreme?

“Non è difficile immaginarlo, anche se si fidano, in qualche modo, del mio equilibrio. Molti amici pensano bene di me perché li ho portato felicemente sulla mia cattiva strada dell’ultramaratona e si sono cavate le loro belle soddisfazioni. Ricordo con piacere un anno in cui ho portato al traguardo di una 100 km un gruppo di 5 amici dell’Atletica del Parco che si sono fidati della mia conduzione di gara. Un’esperienza indimenticabile per loro e per me. Un anno ho portato mio figlio sulle strade della Pistoia Abetone e la sua ammirazione nei miei confronti è cresciuta perché si è reso conto della difficoltà e di avere un padre all’altezza di quella difficoltà.”

Che significa per te partecipare ad una gara estrema?

“Significa affrontare una prova, con la determinazione di farcela e con l’umiltà di chi corre sapendo dare del lei alla lunga distanza. Ogni volta è la prima volta, non basta aver fatto tante volte quella gara.”

Ti va di raccontare un aneddoto?

“Tra i miei amici ce n’è uno; Sergio Narcisi, che ho dovuto convincere con molta fatica a fare la sua prima Roma Ostia con me. Dopo aver superata la prova, l’ho convinto a fare addirittura la Pistoia Abetone e ci sono riuscito. Da allora non ha più smesso di fare maratone e ultramaratone, molte più di me al ritmo persino di 30-40 l’anno. E pensare che mi dava del matto a me!” 

E’ vero, qualche anno fa era diventato un giramondo, volava in Germania e in America in cerca di maratone e ultramratone.

Cosa hai scoperto nel diventare ultramaratoneta?

“Di avere un carattere che non si abbatte mai e che sa trovare in se stesso la forza per superare gli ostacoli con tenacia che a volte sfiora l’ostinazione. Ognuno di noi ha dentro di sé dei poteri insospettabili quanto non sollecitati a dovere. Ho scoperto anche di avere delle buone qualità di leader e di saper condurre anche gli altri al traguardo, sapendo suscitare in loro le giuste motivazioni e dando sempre l’esempio.”

Com’è cambiata la vita familiare, lavorativa?

“Ho cercato sempre di conciliare la vita famigliare e lavorativa con la corsa, cercando di non eccedere mai e anteponendo sempre la famiglia e il lavoro alla corsa, e cercando di fare l’impossibile in questa operazione. I miei hanno sempre capito quanto fosse per me importante e rigenerante correre e di questo li ho sempre ringraziato. Naturalmente io ho sempre rispettato le passioni di mia moglie e di mio figlio, molto diverse dalla mia.”

Se potessi tornare indietro cosa faresti o non faresti?

“Avrei incominciato a correre prima.”

Usi farmaci, integratori?

“Non uso mai farmaci se non indispensabili. Ad esempio se ho un mal di testa cerco di sopportarlo e solo se è insopportabile ricorro a un farmaco. Gli integratori li ho sempre usato pochissimo e credo che siano delle cose sostanzialmente inutili. L’acqua semplice rigenera molto di più degli integratori e ho fissa nella mia mente l’immagine di tanti podisti, fermi a vomitare, lungo le strade della 100 km, per aver ingerito troppi integratori o porcherie simili. Io ho fatto tante 100 km e ultramaratone bevendo con misura e frequentemente acqua, mangiando un uovo sodo con un pizzico di sale al raggiungimento del 50 km e mangiano spicchi di frutta.”

Ai fini del certificato per attività agonistica, fai indagini più accurate? Quali?

“Gli esami tradizionali e da diversi anni ecocardiogrammi, holter e cicloergometri.”

Hai un sogno nel cassetto?

“Rifare una 100 km. Ma per divertirmi per davvero mi servirebbero 15-20 anni di meno.”

 

Matteo SIMONE