Tempo di contatto al suolo e altri dibattiti nerd

Tempo di contatto al suolo e altri dibattiti nerd

La tecnologia moderna ci regala importanti informazioni anche se non sempre siamo in grado di tradurle in utilità, e oberati dalle priorità “urgenti” scartiamo anche dati interessanti per la salute o la performance potenziale.

Andrea Toso

22 Gennaio 2019

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Prima di entrare nel vivo del tempo di contatto devo dirvi che da anni vivo una “diatriba” con i miei contatti social sull’effettivo vantaggio, necessità o urgenza di correre con scarpe gara o intermedie competizioni e allenamenti, corti o lunghi siano, basandomi sul fatto che i miei tempi siano mediamente migliori nonostante l’uso praticamente universale di ammortizzate. Esistono tesi ed opinioni su risparmio di peso e miglioramento passo al km, reattività diverse e così via, ma salvo professionisti che si sono applicati severamente, a queste analisi non sempre c’è un effettivo bonus cronometrico, rischiando magari l’integrità di cartilagini e piedi.
La tecnologia però ci potrebbe aiutare nella scelta della scarpa da utilizzare, già partendo dal nostro smartwatch unito a fascia cardio o a un sensore ulteriore, analizziamo come e cosa guardare.

Nelle dinamiche di corsa Garmin o Stryd è disponibile un prezioso dato chiamato TCS, tempo di contatto al suolo. Il sensore di movimento (nella fascia cardio e Dynamic Pod per Garmin, sensore piede o fascia vecchia per Stryd) rileva decine di dati tra cui frequenza passi, potenza, altezza da terra del passo, bilanciamento contatto al suolo piede destro/sinistro, lunghezza passo, che completano e giustificano il freddo dato “minuti per km”; per spiegare meglio trasformano in dati ogni passo che corriamo, rendendo possibile leggere la parabola del singolo passo come Neo leggeva Matrix su schermo.

La potenza con cui spingiamo il passo, l’altezza spinta dello stesso da terra, diventano la lunghezza del passo e si trasforma nell’energia con cui atterriamo da questa parabola creano il tempo di contatto al suolo.
Come insegna coach Tower Matteo Torre, col quale mi confronto in questi dibattiti NERD culturali, andrebbero analizzati altri dati per la precisione assoluta ma lancio lo stesso una chiave potenziale per studiare meglio come stiamo correndo e magari guadagnare salute e qualche secondo, con scarpe più adatte e migliorando la qualità complessiva di corsa.
Il tempo di contatto al suolo rivela quanto pesante atterra il passo nonché quanto veloce spinge il successivo, giusto?

Viene quindi da domandarsi su che parte del piede si atterra e quanto si impiega ad arrivare a fine rullata.

Opzione 1: si atterra sull’avanpiede, la gamba ammortizza l’urto partendo dalla caviglia, si sposta il baricentro e si spinge.

Opzione 2: si atterra sul mesopiede, la gamba ammortizza più o meno dal ginocchio, si sposta il baricentro e si spinge con avanpiede.

Opzione 3: si atterra sul tallone, la gamba lavora dapprima in ammortizzazione di caviglia, ginocchio ed ma impiega molto più tempo a spostare il baricentro verso la la spinta con avanpiede. Non solo, se ammortizzassimo male la nostra schiena subirà un bel trauma ogni passo.

Capibile? (come diceva un mio insegnante alto atesino…)

Quindi inevitabilmente questi 3 modi di correre creeranno una prima variabile per il tempo di contatto al suolo, cui si aggiungeranno una muscolatura più o meno tonica, postura del busto e braccia, lunghezza e frequenza del passo. La fisica meccanica non accetta variabili: l’energia cinetica con cui si atterra equivale a 1/2 della massa per la velocità al quadrato, quindi sicuro che più kg ci si porta addosso e più potrebbe essere pesante il passo, una grossa  variabile sarà costituita da lunghezza passo e soprattutto da altezza da terra  per definire la velocità con cui si atterrerà, visto che è un valore al quadrato.
Complicato lo so, ma serviva una traccia per spiegare la tabellina che poi riassumerà le elucubrazioni. Intanto completiamo le informazioni con dotti insegnamenti di Stefano Baldini, che anche nei momenti di forma massima ha sempre corso il 75% del tempo con una ammortizzata (nel suo caso le ASICS gt 1000, con leggero supporto “antipronazione”, oggi chiamate stabili, lui campione Olimpico, tanto per dire…) ed il 25% con intermedie o gara, arrivando addirittura ad avere (unico europeo) scarpe personalizzate dalla casa giapponese. Se vale e valeva per lui direi che possiamo utilizzare ammortizzate per i medi e lunghi per proteggerci al meglio e sfoggiare la leggerezza in ripetute e gara, no?
Zona Viola <208ms scarpe gara o intermedie
Zona Blu 208-240ms scarpe gara intermedie
Zona Verde 241-272ms scarpe ammortizzate, intermedie per lavori brevi veloci
Zona Arancione 273-305ms scarpe ammortizzate o stabili
Zona Rossa >305ms scarpe stabili

Ovviamente non vuole essere un obbligo per nessuno ma solo un consiglio per tutelare i nostri piedi e ginocchia dai km di asfalto, fermo che anche i top runners, quelli veri, Mo’ Farah e Eliud Kipchoge, che anche a livello di peso direi che possono essere ritenuti più che ottimizzati, utilizzano ammortizzate per gli allenamenti come si evince dai social, ripercorrendo guarda caso le buone abitudini del nostro campione olimpico Stefano Baldini.

 

Photo by Maryna Yazbeck