Morire di Ironman.

Morire di Ironman.

Quando muore uno sportivo è un momento triste.

Andrea Toso

09 Aprile 2019

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Quando muore uno sportivo in gara bisogna farsi delle domande, quando ne muoiono due le domande pesano ancor di più.

Succede in Sudafrica, durante l’Ironman di domenica 7 aprile quando sono venuti a mancare due age group, 58 e 62 anni, cittadini sudafricani, nonostante la gara fosse stata accorciata a 1600 m per le condizioni del mare decisamente mosso, tant’è che nonostante la muta il nostro Giulio Molinari nuota a una media di 1’36”, non da pro, e ne esce comunque con il secondo miglior tempo.

Malori in acqua, un infarto il 58enne e convulsioni il 62enne, tratti fuori dall’acqua i medici non sono riusciti a salvare le loro vite.

Oggi si è letto di tutto e di più, dal fermare la gara, anche il giusto lutto, alla mancanza di rispetto per il dramma.  Provo a porre qualche domanda.

Il cordoglio e la tristezza sono inevitabili, ma la prima domanda da porsi è se in quella nazione sia obbligatoria la visita medica sportiva come in Italia, e in pochissimi paesi lo è, tant’è che ho avuto notizie di maratoneti che hanno ugualmente corso alcune gare all’estero pur rischiando la vita non avendo ottenuto l’idoneità in casa. Ecco da un amico italo sudafricano ho appena avuto conferma che

NO, LA VISITA MEDICA IN SUDAFRICA NON E’ OBBLIGATORIA!

Seconda domanda, se fossimo stati noi in gara, un Ironman, quella gara di 3,9 km di nuoto, 180 km di bici no draft, una maratona intera, quel sogno, cosa avremmo provato nel venire fermati dopo magari 20/30 km di bici, lontani dal dramma?

Il viaggio lo abbiamo pagato, il pettorale lo abbiamo acquistato mesi fa lasciando una strisciata di sangue virtuale sulla nostra carta di credito, abbiamo investito ore di allenamento agli ordini di allenatori virtuali che ci seguono giorno per giorno e per questo vengono remunerati, sacrifici fisici e affettivi per arrivare al 7 aprile al massimo ma ma… Due compagni di lotta hanno esagerato, il loro fisico che doveva essere pronto alla battaglia non lo era forse, o forse davvero le acque erano troppo impegnative, almeno per loro pur essendo di casa.

Poco importa, dietrologia, due atleti sono morti. La gara, andata avanti.

Io vi domando in tutta sincerità cosa avreste provato se durante una vostra gara, fate conto una maratona di New York o di Berlino, la Maratona dles Dolomites, una UTMB, foste stati fermati non perché ci fosse un rischio reale per la vostra salute, per caldo eccessivo, neve o una tempesta in arrivo, ma perché qualcuno dietro a voi sia stato male.

Non lo so, la tristezza e lo sgomento rimangono inevitabilmente, però so che niente avrebbe potuto ripagare i mesi di sacrifici fatti dagli eventuali atleti fermati. Si urla all’avidità di Ironman, di sicuro non sono un ente di beneficienza si sa, ma avrebbe dovuto fare i conti con migliaia di atleti inviperiti e con centinaia di mogli che non avrebbero finito la loro penitenza iniziata con l’iscrizione alla gara. Non c’è un altro Ironman a 30 km da casa domenica prossima, neanche a 100, nemmeno a 200. Non siamo Pro come Giulio cui basta una mail pochi giorni prima…

Il nuoto a me fa paura, non bastano decine di km a settimana per rilassarmi in acque libere e a Sirmione, non nell’Oceano ma sul Garda alla prima boa un anno ho deciso di salire sulla barca del giudice perché la testa non c’era più. Niente bici, niente corsa, niente traguardo. Delusione.

Non possiamo sapere cosa sia successo nelle fredde acque sudafricane, non posso neanche pensare a una sensazione di malessere del genere, anche se SUP, barche e canoe sono sempre a portata di vista, tra un mese inizierò le gare e ci penserò di sicuro, come credo voi.

Posso solo ringraziare la severa legge italiana che ci obbliga ad esami ed approfondimenti per puntare un pettorale, anche se siamo o ci crediamo al massimo della nostra forma, perché talvolta capita anche ai professionisti di star male e di morirne come il giovane Davide Astori magari.

Io sono triste, ma non condanno chi ha corso, non condanno l’organizzazione per non aver sospeso la gara.

I sogni costano fatica prima ancora che soldi e non c’è una domenica per recuperare un turno di sogno chiamato Ironman.