L’endurance va di corsa

L’endurance va di corsa

Record di Eliud Kipchoge, record di Brigid Kogsei. Avete notato che da sabato queste notizie impazzano su social, televisione, quotidiani e riviste?

Andrea Toso

21 Ottobre 2019

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Si sta parlando di maratona, di atletica, di uno sport che non è il calcio, e i mondiali di Doha si sono conclusi già da un paio di settimane?

Aria nuova nella comunicazione?

Sicuramente le storie dei due keniani sono d’impatto, Eliud tenta per la seconda volta l’abbattimento di un limite umano sfrecciando per 1h59’40” a oltre 21 km/h (provate in bicicletta, capirete a cosa servissero le lepri e l’auto a frangere il vento), Brigid una pseudo sconosciuta madre di due gemelli cui viene bene correre, partiva per fare forse il record della maratona di Chicago, ma le è venuto il record del mondo che Paula Radcliffe deteneva dal 2003, e senza super scarpe che questi fenomeni stanno usando, chissà se verrà mai fatto uno split dei record come nel nuoto con/senza costumoni…

Ma tant’è questo weekend ha segnato un picco di interesse mediatico per uno sport minore, segno del cambiamento di un’epoca, segno che finalmente all’endurance viene riconosciuto un posto nel mondo. Io cominciai a correre nel lontanissimo 2008, alla nascita di mio figlio, scegliendo uno sport individuale per eccellenza per non rubare tempo alla famiglia, la prima 10k, la prima mezza, la prima di 15 maratone, infortuni e poi triathlon, all’epoca venivo visto come un Forrest Gump sebbene non avessi ancora il barbone che mi contraddistingue.

Negli anni la passione per la corsa ha scalzato parte del mercato delle palestre, creando un movimento incredibile che sta spostando utenti dalle Deejay Ten o Color Run, esordi più o meno per tutti simili, a distanze importanti come maratona e ultra, con uno stuolo di trailer in costante aumento, grazie anche alla conformazione del nostro Bel Paese che tutto è tranne che piatto.

E lo stesso sta accadendo con gli altri sport di endurance: ciclismo, nuoto, nicchia ad imbuto da tutte le precedenti il triathlon dallo sprint all’Ironman fino agli extreme, OCR, alleggerendo il carico con fit e nordic walking, con specialità invernale dello sci da fondo e pian piano anche dello sci alpinismo.

La fatica serve sempre di più all’uomo moderno, è un rifugio, uno sfogo, un serbatoio di endorfine necessario per combattere il logorio della vita moderna, un pozzo di gratificazione personale da cui attingere quando le giornate non te ne rendono, un momento di evasione da lavoro e famiglia, che talvolta porta anche all’iscrizione a competizioni per avere un attestato di merito, non contro qualcuno ma per noi stessi.

La certificazione avuta dalle prime pagine dei quotidiani nel weekend trova conferma, se siamo su ENDU probabilmente è perché siamo parte di questa tribù quindi per noi sarebbe sottinteso, in un sondaggio di Nielsen che ha valutato la modifica degli utenti dal 2014 a quest’anno: il bacino in Italia è aumentato di 2,3 milioni, portando la percentuale dal 30 al 36% della popolazione, con un rapido calcolo siamo in poco meno di 14 milioni! In Europa la crescita è stata leggermente maggiore partendo da un 23% ad un 31, e nel mondo dal 16 al 20, numeri davvero impressionanti che ritroviamo nelle chiacchiere con gli amici non praticanti quando ci chiedono se conosciamo “Tizio della nostra città”che fa tutte le gare ma noi non abbiamo idea di chi sia…

Il nuoto ha avuto il picco di praticanti con un aumento del 39% in 5 anni, seguito dal running (37%) e dal ciclismo (26%), specchio forse della visibilità di una generazione Pellegrini e Paltrinieri.

Nonostante questo dato il running rimane saldamente in testa in tutto il mondo come percentuale di praticanti con il 62% della popolazione endurance, che “cala” al 56% nel mondo e al 52% nel mondo, seguito dal nuoto con uno stabile 32% in Italia, Europa e mondo, il ciclismo copre il 21% in Italia penalizzato provabilmente dal costo iniziale e dalla carenza di strade praticabili, mentre in continente sale al 33% (sorpassando il nuoto!) e un curioso 26 nel mondo, magari anche come mezzo di trasporto.

La notizia più significativa risiede nell’aumento di praticanti, il gentil sesso si sta lanciando nell’endurance in maniera importante uguagliando il numero di sportivi maschi, segnando un aumento del 23% nel running, 12 nel nuoto e 8 nel ciclismo, lasciando consolidato il maschio con rispettivamente 10 corsa, 8 vasca e 6 bici, come pure in europa e mondo.

Oltre la crescita di queste tre discipline importanti guadagni anche per il Mountain Biking (+39% Worldwide, +94% Europa, +56% Italia), l’Atletica (+17% Worldwide, +36% Europa, +59% Italia) e Sci alpino (+38% Italia).

Tra i 50 e i 69 anni in Italia c’è il picco di nuovi utenti (+37%), mentre il numero di giovani e di adulti fino ai 49 anni è generalmente diminuito (rispettivamente -12% e -14%) sebbene ci sia quasi il 50% di praticanti tra i 30 e 49 anni, non so se avete notato che cambio di classifiche e tempi ci sia quando si finisce dentro le categorie di 40enni!

La vera chicca sociologica è nell’istruzione dei praticanti sport endurance in Italia come nel mondo, con un 95% di fascia medio alta, segno che il sapere porta a stare bene, curioso come da noi la fascia di reddito sia più o meno equi disposta, 26 basso, 32 medio e 31 alto, ben più omogeneo che in Europa (21, 29, 41) e nel mondo (19, 31, 42).

Da segnalare in chiusura un aumento di interesse da parte delle aziende nella sponsorizzazione di questi sport, con un aumento del 19% degli investimenti, cambia l’utente cambia la pubblicità, insomma il mondo si sta muovendo di corsa.

Foto di composita

Fonte: Nielsen