La maratona nella giungla

La maratona nella giungla

PAUL EMICO analizza l’endurance e i social, pratichiamo sport per il nostro benessere o per postarlo?

Paul Emico

18 Aprile 2019

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Se corressimo una maratona da soli senza social in una giungla avremmo davvero corso una maratona?

Parto da lontano, perché ci sono persone la cui frequentazione ti cambia la visione del mondo, inseriscono magari un tarlo in questa tua visione quotidiana che ti porterà a valutare gli eventi in una nuova luce.

Nella mia inserisco il caso di Osvaldo, maratoneta e ultra, che in chat un giorno, anni fa, mi scrisse:

“l’altra mattina sono partito senza dire niente a nessuno e mi sono fatto 70 km da solo con il mio zainetto camelback, non sai che bello!!!” Senza medaglia, senza foto, senza social, che comunque usa saggiamente, un test per valutare la sua resistenza fisica e mentale, senza condivisioni di Garmin Connect, Strava o altro.

Poi quando corse il Passatore arrivò nei primi 10 assoluti godendosi il viaggio col sorriso come sempre e ritirandosi in altre gare per non rischiare infortuni lunghi, gettando alle ortiche mesi di preparazione, salvando i successivi. Un altro giorno mi parlò di un allenamento per una 24 ore, 3 volte 40 km, spuntino a parmigiano e patate, cambio maglietta e via. Ma voi non ne sapete nulla. Ha corso nella giungla.

Mi vengono in mente i meme di Bill “Lui è Bill, …fai come Bill”.

Osvaldo (nome di fantasia anche il suo ovviamente) è comunque supportato da diverse aziende, scarpe, integratori alimentari, abbigliamento tecnico e ne rifiuta talvolta se il progetto non lo convince. Ha anche un progetto long distance triathlon nel cassetto, ma non è convinto, lo so io da amico fidato e “consulente”.
Mi rivela in privato i suoi allenamenti, senza farne clamore e senza postarli…

Quindi la domanda diventa: se non li postassimo sui social, esisterebbero davvero i nostri allenamenti e gare?

La sensazione che mi si sta creando è che si stia cercando il quarto d’ora di celebrità, si stia cercando di sembrare eroi nel fare ciò che ci piace, e non parlo di ambassador, influencer o atleti che in una qualche misura fanno ciò che è richiesto dalle aziende per mettere in evidenza prodotti e talvolta creare eventi e comunicazione condivisa, ma dell’amatore standard.

E credo ci sia un giusto bilanciamento tra autopromozione ed esibizionismo, oltre il quale il pensiero diventa come su Pulp Fiction, un cui c’è una bellissima scena, quando Mr. Wolf riprende i due scagnozzi dopo aver ripulito la macchina dal cervello di un ragazzo dal lunotto posteriore di cui vi post il link (parent advisory molto volgare!). Si ok “road to…”, è un bel viaggio e sono il primo a capirlo dopo 10 anni di gare, ma se ogni settimana partiamo per uno diverso potremmo diventare fastidio per qualcuno e rovinare la nostra passione agli occhi del prossimo rendendoci maniaci e non dei fantastici sognatori, che si allennano più o meno duramente per arrivare a stare bene nella dipendenza da runner’s high. Man mano che la nostra passione procede ci contorniamo nella vita quanto nei social di amanti della nostra passione, corsa, bici, triathlon, trail, e lo realizziamo vedendo l’abbigliamento dei contatti proposti su facebook, che si tramuta sempre più in una galleria di gente in pantaloncini sudati, ma esiste ancora il mondo reale.

E’ bellissimo allenarsi, è bellissimo arrivare alle gare e condividere con i propri amici la preparazione alla partenza, ma non dimentichiamo mai che esiste un limite di buongusto e buonsenso che bisognerebbe mantenere vigile per non finire oscurati anche da parte dei nostri colleghi di passione.

Ultimo consiglio, se vedete una foto che vi piace in una galleria del fotografo ufficiale, bella tanto da postarla sui social, investite qualche euro nell’acquisto e non screenshottate con watermark immagini di qualità pessima, non è una cosa da poco la qualità di un sorriso. Se la foto fosse brutta lasciatela pure li, nessuno ne soffrirà.