In bianco e nero, alla ricerca della storia della bicicletta e del ciclismo

In bianco e nero, alla ricerca della storia della bicicletta e del ciclismo

“È un mondo infinito, è un mondo infinito… nel quale c’è da scrivere tanto di tanti argomenti.”

Andrea Toso

18 Dicembre 2019

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Quando mi è stato proposto come argomento per una rubrica “il ciclismo d’epoca” non avrei mai pensato di scoprire una così profonda tana di Bianconiglio. Parlando poi con Fausto Delmonte, un grande appassionato di restauro, un vero e proprio ricercatore, uno storico, uno che meriterebbe una cattedra esistesse un corso di studi, mi sono ritrovato in un’altra epoca, eroica per davvero, in cui il telaio era di ferro, tanto quanto i muscoli di chi pedalava, ed il legno in cui si trasformano le gambe era già componente unico dei cerchi, semmai coperti poi dal ferro.

Nel corso di questa chiacchierata sono partito a chiedere del fenomeno Eroica, l’evento che tutti noi ciclisti moderni conosciamo e che vede ormai più di 8mila partecipanti calmierati da limite iscrizioni, in 6 diversi percorsi che vanno dai 46 ai 209 km con 3900m dislivello, una granfondo che risulterebbe piuttosto seria anche con bici moderne, figuriamoci con delle storiche, diventando un tour mondiale con tappe in SudAfrica e Inghilterra. Ma Fausto mi ha raccontato di avventure ben più epiche, tanto quanto lo sport che reinterpreta in mezzi e abbigliamento.

Il grosso dei partecipanti recupera le bici dei papà o nonni dalla cantina, bici anni 60/70 con rapporti limitati e già non è facile correrci; lui, purista e storico, ha (diverse) biciclette degli anni ’10 con cui si hanno 2 rapporti a scatto fisso, il cambio si ottiene smontando la ruota e girandola, per cui dice “non si sta là a girarla poi tanto”. Mi racconta sereno che nella rievocazione della prima tappa del giro D’italia di circa 400 km (con bici del 1909)da Milano a Bologna attraversando il Veneto, per evitare una buca, un po’ distratto, ha fermato la pedalata trovandosi praticamente disarcionato… Lui ha partecipato a rievocazioni della Milano Sanremo, talvolta in tappe in 3 giorni, ma anche tappa unica partendo a mezzanotte ed arrivando a mezzogiorno; ha partecipato alla Paris Roubaix diverse volte sia alla Granfondo aperta agli amatori, che percorrendo come i pro gli 80/90 km prima (tenendo per altro i 25 km/h, ruote da 32” con ben poco scorrimento), il Fiandre, sempre con bici storiche sia chiaro, anni 10 o 20, alla rievocazione della prima salita del Tour, poi il Tourmalet, nel 2011 il Galibier, e così via. Quest’anno lui e amici hanno rievocato la Cuneo-Pinerolo, per i 70 anni dell’impresa di Coppi con 190 km di fuga del 1949, comunque con bici “nuove” rispetto a quelle anni 10! Organizza una gara su pista (in realtà un ippodromo) , una gara ad eliminazione per bici storiche, con faide incredibili perché sì si sta giocando, ma arrivare secondi non piace a nessuno!

La storia della bicicletta parte nel 1865 con il primo velocipete, ruote in legno e freno a tampone, quelle con il routone anteriore, i costruttori facevano carrozze e furono i primi a mettere i pedali. Poi si arriva pian piano all’evoluzione, difficile non perdersi nella storia, soprattutto per noi profani,  primo perché 150 anni non sono poi tanti, ma l’evoluzione dei mezzi è stata enorme, e perché alluminio a carbonio sono recenti, anni 90, sia per telaio che cerchi anche se spesso ce ne dimentichiamo, e per noi vecchio è vecchio, le sfumature si imparano con il tempo.

I freni ad esempio erano a tampone, un’asta di metallo che andava a bloccare la ruota dal manubrio fino agli anni 1910-12, le corone se pur in forma simile da sempre avevano una dentatura alternata un dente si ed uno no, con passi diversissimi, esisteva un mondo su pista (forse quella con differenze meno vistose) ed uno da strada, e Fausto mi mostra foto incredibili di ciclisti al Tour con squadre e sottomarche collegate che lavoravano aggirando la limitazione del regolamento per cui non si sarebbe potuto fare gioco di squadra, altro che i trenini di oggi! Poi passiamo alla storia dell’abbigliamento, tutto in lana ca va sans dire, lui è uno specialista nella ricerca e riproduzione di maglie, incrocia foto d’epoca in bianco e nero alle descrizioni negli archivi cui ha accesso, prova a creare il disegno e lo vira in bianco e nero per capire se il pantone rende, nulla viene lasciato al caso, e passa a raccontarmi come una volta le borracce fossero in vetro richiuse in un paniere sul manubrio ancora prima di quelle in metallo, i ristori più o meno delle feste di paese… e racconta delle imprese degli atleti storici, come Ottavio Bottecchia linciato forse dai fascisti, forse per problemi di scommesse, ma due Tour de France li aveva vinti (’24 -15 tappe per 5400 km- e ’25 -18 tappe per altrettanti), parla del Petit Breton al secolo Lucien Georges Mazan, altro vincitore del Tour e pistard, miti talvolta sconosciuti che insieme alle loro biciclette proveremo a raccontarvi in questa rubrica dal gusto in bianco e nero.