Il rischio della libertà, c’è un prezzo da pagare?

Il rischio della libertà, c’è un prezzo da pagare?

Sono sempre alla ricerca della mia libertà, di emozioni forti che la vita ad alta quota riesce a farmi provare. Ora no, ora non sono libero è vero, ma sto trovando nuovi equilibri grazie anche alla meditazione.

Gabriele Pederzoli

13 Aprile 2020

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Sentirmi libero è sempre stato per me come una grande boccata d’aria, una curva in bici presa troppo forte, il rumore degli sci deformare un pendio di neve fresca, la paura di cadere una volta raggiunta la cima.

La mia idea di libertà mi porta alla ricerca di uno stimolo, del mio brivido, di quell’incertezza che alle volte comporta un rischio che io chiamo il rischio della libertà, della mia libertà.

Vivo in città ma nei periodi dell’anno più caldi e non solo ho sempre avuto la fortuna di poter “volare”, come dicevo sempre da piccolo, nella mia seconda casa in appennino, completamente isolata nel bosco. Mi sono avvicinato seriamente alla montagna nel 2017, ne ho sentito una forte esigenza, probabilmente per necessità emotive, sentivo come non mai il bisogno di quella “boccata d’aria”, un richiamo potente dal quale oggi non riesco a star lontano.

Adoro la fatica nel raggiungere un obiettivo e credo tanto che sia tutto collegato all’impegno che una persona dedica alle cose, al proprio lavoro, ad un’amicizia nuova o semplicemente una vecchia da annaffiare ogni giorno, alla parola giusta detta in famiglia, ad un nuovo amore.

Appassionato dello sci da discesa mi son chiesto: “Perché non salirla questa montagna?”, da lì è iniziata la mia preparazione.

C’è chi si allena per fare gare e chi fa gare per allenarsi, io mi alleno per essere pronto fisicamente alle attività sportive che pratico, non c’è nessuna gara, nessuna competizione se non con me stesso. Rinforzo muscolare tre/quattro volte la settimana e una/due sedute di yoga e meditazione che ho provato sulla pelle recentemente, viaggiando per la Cantabria.

Credo che la pratica della Yoga, soprattutto delle attività legate alla meditazione in genere siano essenziali, è un vero modo per ascoltarsi soprattutto in questo periodo in cui la propria solitudine rappresenta una nuova forma di libertà su cui lavorare.

Con gli anni, assieme ad amici che oramai sento come fratelli, ho iniziato a calpestarla seriamente questa montagna, sfogandomi sullo sci alpinismo che tutt’ora pratico; non appena le condizioni lo permettono non c’è scusa che tiene: Valle D’Aosta, Francia, Svizzera, Alpi, Dolomiti. Spesso si viaggia anche in giornata dopo una settimana di lavoro alle spalle, e di una cosa ne son sempre stato convinto: l’energia per la propria libertà la si trova sempre, ma a volte si è costretti a sentire sulla pelle ciò che comporta il rischio della libertà.

 

 

10 Marzo 2019, ricordo ancora essere una domenica nuvolosa. Arrivati ai piedi del Ghiacciaio Presena ci apprestiamo alla discesa in neve fresca attraverso un percorso freeride che dal ghiacciaio arriva al Passo del Tonale attraverso una galleria nella roccia. Per i più esperti chiamato “Il cantiere”, questa valle di cui parte è anche conosciuta come “La sgualdrina” e percorre tutta la parte alta della Val Presena e si espone a nord-ovest con un dislivello di 1200 mt.

Decidiamo di scendere da una strada secondaria, la neve sembra tenere bene, ci portiamo verso un piccolo crinale pronti a spingere e fare andare gli sci. Chiudendo il gruppo decido di tagliare diversamente il ghiacciaio portandomi diversi metri sotto l’insenatura da cui saremmo scesi, non sapendo che la vallata si divideva in due: la mia e quella dei miei compagni.

Continuo la mia linea sperando di ricongiungermi ai ragazzi, ma niente, solamente io e la nebbia farsi sempre più fitta.

Mi trovo oltre i 2700mt di altitudine con tutta l’attrezzatura necessaria pala, artva e sonda in caso di eventuali emergenze valanga, ma sprovveduto di rete trasmittente per comunicare, nessun segnale sul telefono.

Cerco di mantenere una certa lucidità e continuo a scendere finché non mi trovo sotto ai piedi un muro carico di neve, nessuna traccia e nessuno mai quel giorno, o forse in genere, è passato di lì.

 

 

Salgono le palpitazioni, decido di scendere ancora e con me tanta neve scivola giù quando immediatamente mi fermo e mi ritrovo solo in mezzo al niente, tutto è bianco avanti me, tutto è immerso nella nebbia, non so dove mi trovo.

Davanti la maschera la mia vita, la mia poca coscienza, lo sconforto. Tutto è passato fianco a me toccandomi forte, come una spinta, cerco di muovermi ma sono sempre negli stessi punti, avanti e indietro, la neve inizia a farsi pesante.

Dopo quaranta minuti in balia di me stesso e pensieri grandi come macigni intravedo da lontano una motoslitta, in prossimità degli impianti sciistici del Tonale, cerco di sbracciarmi, ma niente, grido, niente ancora. Slaccio lo zaino, provo a rimontare le pelli, ma sprofondo fino alla vita, facendo leva sullo sci mi tiro su e rimonto l’attacco, riparto. Spingo come non mai sugli sci e provo a muovermi nella sua direzione, sbraccio di nuovo. Dopo una ventina di minuti qualcuno mi nota e mi indica la via, non ho alternativa prima che cali la sera.

Un ora e trentacinque minuti dopo con tutta la forza che ho addosso, riesco a tirarmi fuori da dove sono, stremato, mi butto a terra: grazie a quella persona sono riuscito a ritrovare un pezzo di strada, tornare alla base e ritrovare me stesso.

Nonostante sia passato poco più di un anno da quel giorno, sento sempre il bisogno di sentirmi vivo concedendomi anche i rischi che comporta la mia costante ricerca di libertà, ma non si è mai preparati a tutto. É questo che ora considero il rischio della libertà, il rischio per la mia idea di libertà, ma che mi tiene vivo.

 

“Ci sono animali che possono restare vivi solo se li si condanna alla libertà”

(Kilian Jornet)