Chi può correre e chi non può

Chi può correre e chi non può

Tempo fa mi sono imbattuto in una discussione sul web alquanto curiosa. Oggetto del contendere la competitività dell’ormai amplissimo popolo […]

Il Turbolento

29 Luglio 2015

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Tempo fa mi sono imbattuto in una discussione sul web alquanto curiosa.

Oggetto del contendere la competitività dell’ormai amplissimo popolo di maratoneti. Un mio caro amico, che possiamo tranquillamente catalogare fra i nostalgici, faceva notare come dieci anni fa una donna che faceva la gara regina in 4 ore era classificata come tapasciona, oggi riceve una marea di, a suo dire, ingiustificati complimenti.

Il suo post ha scatenato un vero vespaio dove ognuno, anzi ogni “imbecille” per dirla alla Eco, si è sentito più che in diritto, direi quasi in obbligo, di dire la sua. I super-tecnici sono stati spietati: una donna che corre la maratona in 4 ore non andrebbe considerata, figuriamoci un uomo. Per questi guru il tempo massimo per essere considerato un maratoneta dev’essere entro le 3 ore e 30 minuti e hanno sentenziato come fosse triste l’abbassamento del livello di competitività senza contare che rispetto a dieci anni fa abbiamo il triplo di appassionati e che questo non può che far crescere positivamente un movimento, oltre che far alzare qualche culo in più dalla sedia…

Io che tapascio a 3:40 non sono considerabile come maratoneta (quindi maledetti 10 minuti, mi ero illuso di essere nel club!). Eppure mi dico che qualche maratona l’ho corsa e ad oggi anche qualche ultra… Anzi sono forse più le ultra che le maratone, ma per questi fulmini fulminanti non conta e non posso fare altro che cospargermi di catrame e piume per essere pubblicamente deriso. “Si è messo a fare le corse in montagna perché era lento” questa l’accusa principale che si fa ad un ultratrailer che diciamo non gareggia proprio per vincere.

Sì lo ammetto, essermi tolto la fascia cardio è stata una liberazione e guardare il gps solo per rispettare i cancelli è una vera meraviglia. Mi diverto da matti, amici, serissimi, maratoneti. Quindi dopo aver ammesso pubblicamente le mie manchevolezze e i miei peccati mi sono preso la briga, molto subdolamente, di andare a vedere da che pulpito veniva la predica: in sostanza mi sono collegato al simpatico sito Fidal e mi sono messo a scartabellare i risultati di questi super atleti.

Stupore. Fra la decina di fanatici della prestazione solo 2 avevano fatto una maratona e solo uno era restato (per un minuto) sotto le 3 ore e 30… Ma come? Quelli che vanno in giro ad insegnare e ad annoiarci con teorie che lasciano il tempo che trovano discernendo fra chi potrebbe e chi non potrebbe iscriversi ad una maratona non l’hanno praticamente mai corsa? Ebbene sì! Anche il mio caro amico, grande esperto di ultra, che ha sollevato la questione in due anni è sceso solo un paio di volte sotto le 3 ore e 45 ma di certo non ha rinunciato a correre le 42.

Tutto questo preambolo è solo per dirvi che quando non si è un top runner la prestazione conta (e c’è chi si diverte lecitamente ad andare 10 secondi più forte della volte precedente), ma fino ad un certo punto. Non è vero che si è competitivi come sosteneva un’amica di Facebook solo da sotto le 3 ore e trenta in poi. La verità è che si è competitivi quando si può vincere, quindi per un uomo andiamo da tempi che stanno fra le 2 ore e 5 minuti ad al massimo le 2 ore e 30 (se non ci sono keniani in circolazione) e per le donne a tempi che al massimo possono sfiorare le 3 ore. Per tutti gli altri è divertimento e non competizione perché il podio se lo sognano e volenti o nolenti restano “miseri” amatori.

Con questo non voglio mettere sullo stesso livello prestazioni da 3 ore e prestazioni da 4 ore, lungi da me! Posso però dire che questi atleti sebbene a ritmi non paragonabili e con ambizioni diverse possono tranquillamente essere degni allo stesso modo di correre una maratona, di sognare di arrivarci e di superare sé stessi, perché in fondo a parte per una ristretta élite è di questo che parliamo: superare sé stessi, non quello che ti corre accanto.

È questo il motivo principale che mi spinge a fare ultratrail che superano i 100km, è la voglia di superarmi, di stupirmi di me, di dire, anche quando non ce la faccio, che comunque ci ho provato, di poter guardare la mia bimba e un giorno di raccontarle di quando suo padre ha tentato questa o quella avventura, spiegandole che non era il risultato che contava, ma il viaggio e le emozioni che poteva regalare e che ci avevo provato proprio perché non sapevo se ce l’avrei fatta.

E se per caso arrivo in fondo a queste gare io alzo le braccia, come se avessi vinto, come se fossi Baldini alle olimpiadi, guardo il cielo come Gelindo a un metro dal traguardo, anche se il mio tempo non è eccezionale, anche se sono l’ultimo di quelli arrivati e anche se qualcuno storcerà il naso. Perché io sono arrivato, ho tentato e mi sono messo in gioco, mentre gli “imbecilli” sono sul divano a scrivere su qualche social chi dovrebbe correre e chi no. Ognuno si diverte a modo suo…